
I. L’incidente Paôla Itagyba – parte 3
21 ottobre, 2006Autore: Orlando Tosetto Jr. (Shut up, Memory!)
Traduzione fatta da Sérgio Mendes
Revisione fatta da Juliana Moreti
Messias Uldenor Tamarindo aveva quattordici anni e vedeva gli angeli dai suoi sette. Non aveva nessuna capacità specifica, dono, nemmeno qualche potere paranormale. Era piuttosto matto.
Gli angeli di Messias erano piccolini e minuti: i suoi volti erano immobili come quei delle statue, ed avevano gli occhi blu che mai strizzavano e capelli di fondo tinta come se fossero dipinti. Giravano volando attorno il capo di Messias, ronzando e volteggiando pazzamente, come mosche, e gli facevano dei gesti osceni.
Il ragazzo faceva tutto quanto poteva per liberarsi di loro. La famiglia lo vedeva molte volte agitando le braccia e dicendo cose come «via!», «vattene!». «andate via!», e se ne fregava: era una vecchia tradizione dei Tamarindos, que veniva dai tempi di Pedra Bonita, aver in famiglia almeno un matto ad ogni generazione.
La polizia volle dopo sapere sul mattone. Messias lo portò con sé alla festa nella sua borsa. Perché? Il ragazzo ha spiegato che l’aveva preso quando uscì di casa, e che l’aveva fatto per diffendersi. Il padre disse di non aver percepito che suo figlio ne aveva preso qualche mattone e messo ciò in borsa. Lui, il padre, credé la sua bugia molto astuta.
Anche volevano sapere perché la famiglia lasciava un figlio matto camminare libero, e se il ragazzaccio riceveva qualche tipo di trattamento medico. Il padre si fece nervoso e rispose: «Ne abbiamo migliaia di cose in testa, non ce la facciamo a pensarci in tutte!»; dopo facendo finta di piangere, disse che la vita sua era povera e difficile. E si sentiva moltissimo astuto comportandosi così.
I colleghi di scuola di Messias lo credevano un po’ strano, ma (dicevano) che tutti quanti erano un po’ strani. Il fatto di che lui ne aveva quattordici anni e esser ancora alla quarta fondamentale non gli pareva degno di nota.
In fine, lui e suo padre si sono andati alla festa. Entrambi non erano animati assai con la fanfara oppure con l’orchestra di flauti diritti. Non ce n’erano cibi gratis e l’illusionista era pessimo. E Messias vide dunque l’angelo accanto il capo di Paôla Itagyba; i volteggi e i gesti osceni erano quelli di sempre; il mattone era alla mano; lui non pensò molto in ciò che faceva. Vide la ragazza crollando, sentì le urla della gente e, per un secondo di delirante gaudio, credé che aveva preso l’angelo, e che le urla fossero una celebrazione – come se lui avesse fatto un goal. Sorrise. Mormorò: «yesssss!».