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IV. L’incidente Paôla Itagyba – parte 2

4 dicembre, 2006

Una volta che non è dotato di coscienza, un mattone non può salire alla condizione di «essere». Però, lui c’è, con una solidità che non si può semplicemente ignorarla, con peso atomico assoluto ed ubbidiente alle complesse relazioni chimiche e molecolari pertinenti alla terra cotta.

Ed è esattamente questo stato di «non essere» del mattone che ci impedisce di ricercare a rispetto delle sue sensazioni e pensieri. Stiamo appunto impossibilitati di recriare il suo universo di esperienze, di fare l’«alterità del mattone»: lui esisté solo come ente gettato e astenuto di soggettività; era completamente assoggettato alle forze storiche.

(Gli apprezzatori della scienza ballistica avrebbero avuto tanto piacere in accompagnare la traiettoria del pezzo di fango mal cotto. Dal momento in cui volò dalla mano id chi lo gettò finché l’istante nel quale attinse la mandibola di Paôla Itagyba, l’arco fatto dall’oggetto obbedì con un’accurata preciosione un semicerchio perfetto di 180 gradi. Una spaventosa vicenda che, purtroppo non poté essere apprezzato nel soqquadro che s’inizió immediatamente dopo.)

Chi gettò il mattione fu un giovane chiamato Messias Uldenor Tamarindo, e lui non mirava la povera Paôla: voleva colpire un angelo che volava leggero a cinque centimetri dal suo viso.

Continua.

Originale in portoghese.

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III. L’incidente Paôla Itagyba – parte 1

11 novembre, 2006

Autore: Orlando Tosetto Jr.
Tradotto per Sérgio Mendes

Paôla Itagyba aveva tredici anni e si preparava per cantare «Enseñame» alla festa della sua scuola per la festa di San Giuseppe¹. Lei era in piedi su un piccolo palcoscenico alzato nei fondi del campo da gioco, dietro cui, strategicamente messo, era un karaoke, e se tu, lettore, fossi lì e sguardasse appunto verso la giovane Paôla – splendidamente vestita di tulle rosa, usando un cappello di fata ed il viso con lustrini anche rosa -, vederesti, a tua sinistra, i tre scalini per il pubblico pieni zeppi di padri e figli. Vedresti, proprio perché sarebbe impossibile non percepire tutti quei signori in bermuda, i telefonini con camera e le macchine da presa per registrare quel momento indimenticabile.

Paôla aveva concertato tutti i giorni negli ultimi due mesi. Ingrassava ambizioni artistiche: uno dei suoi più cari sogni era quello di essere la star di una novella per la televisione o serie per adolescenti. Lei aveva letto molte biografie di piccoli artisti, della sua età e sapeva che molti furono scoperti per accidente, in festine di scuola o di nozze, in panneterie, in negozi di vestiti. Era una buona performace, un po’ di sorte, il cielo era in fatti, il limite. Può dirsi che tentava lì il suo destino.

Dopo, qualcuno argumentò che l’improvabile incidente che vittimò era già anticipato nel testo della canzone, la cui diceva proprio così: «enseñame/a quiererte un poco más/y a estar contigo/el amor que tu me dás/desvanece el frío/quiero verte ya»². Non è affatto apropriata per la festa dei padri; l’amore che fa svanire il freddo espressa un’altra relazione che non quella filiale. Quindi la sua inadequazione prefaziale, di qualunque maniera imponderabile, l’incidente: magari un immaginario meccanismo universale di compensi avesse punito quello che gli ha parso un’indecorosa insinuazione di incesto.

Magari. L’imponderabile, in ogni caso non c’è il peso che gli danno. Anche a nessuno in quella scuola gli venisse di estabilire tali relazioni. Ma quello che ci importa è che appena finirono le note della chitarra che faceva l’introduzione, e giusto nel attimo che la mandibola di Paôla si aprì per articolare la prima parola, fu presa appunto in quella articolazione da un mattone gettato dall’assistenza.

Continua.

(1) il dia dos pais non è commemorato in Italia come lo fanno in Brasile. La data più prossima a quello che conosciamo sarebbe la festa di San Giuseppe ma, mi par che non abbia la stessa commemorazione che facciamo noi brasiliani.
(2) testo di una canzone di un certo gruppo adolescente messicano (?): «Insegnami/a volerti un po’ più/e ad essere con te/l’amore che tu me lo dai/discioglie il freddo/voglio vederti adesso».
L’originale in portoghese.

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II. Un po’ di parole

31 ottobre, 2006

Lo scopo di questo blog non è soltanto tradurre testi dal portoghese in italiano; ma anche il contrario. Dunque voglio trovare l’inizio di una traduzione che cominciai a fare di un racconto di Italo Calvino, Pesci grossi, pesci piccoli. Ne ho tradotto qualche linea, forse una ventina e ne voglio esporle qui perché se le vedono le opinioni altrui.

Ci proponiamo di discutere e mettere in evidenza i problemi della traduzione coinvolgendo il portoghese e l’italiano.

Distinti saluti.

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I. L’incidente Paôla Itagyba – parte 3

21 ottobre, 2006

Autore: Orlando Tosetto Jr. (Shut up, Memory!)
Traduzione fatta da Sérgio Mendes
Revisione fatta da Juliana Moreti

Messias Uldenor Tamarindo aveva quattordici anni e vedeva gli angeli dai suoi sette. Non aveva nessuna capacità specifica, dono, nemmeno qualche potere paranormale. Era piuttosto matto.

Gli angeli di Messias erano piccolini e minuti: i suoi volti erano immobili come quei delle statue, ed avevano gli occhi blu che mai strizzavano e capelli di fondo tinta come se fossero dipinti. Giravano volando attorno il capo di Messias, ronzando e volteggiando pazzamente, come mosche, e gli facevano dei gesti osceni.

Il ragazzo faceva tutto quanto poteva per liberarsi di loro. La famiglia lo vedeva molte volte agitando le braccia e dicendo cose come «via!», «vattene!». «andate via!», e se ne fregava: era una vecchia tradizione dei Tamarindos, que veniva dai tempi di Pedra Bonita, aver in famiglia almeno un matto ad ogni generazione.

La polizia volle dopo sapere sul mattone. Messias lo portò con sé alla festa nella sua borsa. Perché? Il ragazzo ha spiegato che l’aveva preso quando uscì di casa, e che l’aveva fatto per diffendersi. Il padre disse di non aver percepito che suo figlio ne aveva preso qualche mattone e messo ciò in borsa. Lui, il padre, credé la sua bugia molto astuta.

Anche volevano sapere perché la famiglia lasciava un figlio matto camminare libero, e se il ragazzaccio riceveva qualche tipo di trattamento medico. Il padre si fece nervoso e rispose: «Ne abbiamo migliaia di cose in testa, non ce la facciamo a pensarci in tutte!»; dopo facendo finta di piangere, disse che la vita sua era povera e difficile. E si sentiva moltissimo astuto comportandosi così.

I colleghi di scuola di Messias lo credevano un po’ strano, ma (dicevano) che tutti quanti erano un po’ strani. Il fatto di che lui ne aveva quattordici anni e esser ancora alla quarta fondamentale non gli pareva degno di nota.

In fine, lui e suo padre si sono andati alla festa. Entrambi non erano animati assai con la fanfara oppure con l’orchestra di flauti diritti. Non ce n’erano cibi gratis e l’illusionista era pessimo. E Messias vide dunque l’angelo accanto il capo di Paôla Itagyba; i volteggi e i gesti osceni erano quelli di sempre; il mattone era alla mano; lui non pensò molto in ciò che faceva. Vide la ragazza crollando, sentì le urla della gente e, per un secondo di delirante gaudio, credé che aveva preso l’angelo, e che le urla fossero una celebrazione – come se lui avesse fatto un goal. Sorrise. Mormorò: «yesssss!».

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